Il diritto deve governare l’intelligenza artificiale, tutelare la dignità delle persone e impedire che il progresso tecnologico accresca le disuguaglianze. È il richiamo del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che il 20 ottobre 2026 ha aperto a Roma le cinque giornate di incontri per il centocinquantesimo anniversario della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana.

Nella sua prolusione, il cardinale ha proposto una riflessione sul quinto capitolo dell’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV, dedicato al rapporto tra cultura della potenza e civiltà dell’amore. Al centro, la funzione del diritto in un contesto nel quale infrastrutture digitali e algoritmi incidono sempre più profondamente sulle relazioni umane, sulle istituzioni e sugli equilibri internazionali.

Per Parolin, la formazione del giurista non può limitarsi alla conoscenza delle norme e delle procedure. Deve preparare persone capaci di custodire la legalità e orientare i comportamenti verso la giustizia. Il diritto è chiamato a porre un argine agli abusi e alla sopraffazione, soprattutto quando l’esercizio della forza finisce per escludere le persone più fragili e indifese.

Questa responsabilità assume un rilievo particolare di fronte alla rivoluzione digitale. Come la Rerum novarum affrontava la questione della dignità umana nella società industriale, la Magnifica humanitas invita a custodire la persona negli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Il progresso non può trasformare gli esseri umani in componenti di un sistema valutato soltanto in base alle sue prestazioni.

Le innovazioni tecnologiche, ha osservato il segretario di Stato, possono favorire la partecipazione e la giustizia, ma anche ampliare il controllo, le disuguaglianze e l’esclusione. Occorre quindi verificare se il potere degli algoritmi protegga i più vulnerabili, distribuisca equamente le opportunità e rimanga orientato al bene comune.

In questa prospettiva, Parolin ha richiamato i principi della dottrina sociale della Chiesa. La destinazione universale dei beni esige l’accesso alle tecnologie e alla formazione; la sussidiarietà tutela la possibilità delle persone e delle comunità di compiere scelte e modificarle; la solidarietà impone di riconoscere il lavoro spesso invisibile e sfruttato che alimenta i sistemi algoritmici. La giustizia sociale deve inoltre guidare la progettazione delle tecnologie fin dall’inizio, oltre a orientarne la valutazione dopo la loro introduzione.

Una delle difficoltà principali riguarda la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di soggetti privati, spesso transnazionali, che dispongono di risorse e capacità superiori a quelle di molti governi. Questa situazione mette alla prova gli strumenti con cui gli Stati limitano il potere e garantiscono i diritti. Anche la raccolta e la gestione dei dati possono diventare mezzi per prevedere e orientare i comportamenti umani.

Di fronte a queste trasformazioni, il cardinale ha indicato tre criteri per l’azione dei giuristi e dei diplomatici: disarmare le parole, assumere lo sguardo delle vittime e coltivare un sano realismo. Si tratta di promuovere un linguaggio che favorisca il dialogo, considerare le sofferenze delle popolazioni civili e delle persone costrette alla fuga, e costruire percorsi di pace fondati su istituzioni credibili, garanzie verificabili e negoziati pazienti.

La riflessione ha riguardato anche l’impiego delle nuove tecnologie nella guerra. Parolin ha richiamato l’invito dell’enciclica a superare la teoria della guerra giusta, troppo spesso utilizzata per giustificare i conflitti, mantenendo fermo il diritto alla legittima difesa inteso nel senso più stretto. La distruttività delle armi moderne e l’imprevedibilità degli sviluppi tecnologici rendono sempre più difficile contenerne le conseguenze.

Il compito del diritto resta dunque concreto: garantire l’esistenza, la libertà e le relazioni delle persone. Affidare le decisioni del legislatore o del giudice a sistemi predittivi rischia, secondo Parolin, di compromettere il principio della motivazione dell’atto giuridico e di svuotare il diritto della sua sostanza di giustizia. Da qui l’appello a elaborare regole capaci di governare l’intelligenza artificiale, contrastare le disuguaglianze e rendere il progresso un’opportunità condivisa.